Trent'anni fa moriva Benedetto Ronchi, storico direttore della biblioteca comunale di Trani. La sua biografia

Il prossimo 19 maggio saranno trascorsi 30 anni dalla morte di Benedetto Ronchi, il direttore storico della biblioteca comunale Giovanni Bovio.

A lui la città ha dedicato dapprima la sala lapidario dell'ex Museo diocesano, oggi pinacoteca, in piazza Monsignor Reginaldo Addazi, poi la sala congressi della nuova sede della biblioteca comunale, in piazzetta San Francesco, ed infine una delle nuove strade dell'ex Lapietra.

A lui il Giornale di Trani ha dedicato la seconda puntata dello speciale in occasione dei 150 anni della nostra gloriosa istituzione culturale, da lui per tanti anni mirabilmente diretta, grazie alla biografia a lui dedicata da Pietro Magno nel libro «Benedetto Ronchi, la sua Trani», edito da Schena (Fasano), nel 1992.

Nel testo si rappresenta in grande evidenza la biblioteca comunale, quell'anno sita ancora a Palazzo Vischi sotto la contestuale direzione del direttore dell'epoca, Mario Schiralli.

Il libro contiene anche, con esattezza, il catalogo delle opere scritte da Benedetto Ronchi, del quale pubblichiamo anche alcune foto che ne documentano l'attività, gentilmente fornitaci dal figlio Francesco.

***

La vita di un uomo non può prescindere dalle sue opere, e questo maggiormente si manifesta allorché ci troviamo di fronte a uno studioso. Impercettibilmente, infatti, ma in modo avvertibile, la sua attività viene scandita dai ritmi che ha saputo dare alla propria esistenza, sicché, seguendo l'una, siano chiari di sviluppi dell'altra, e viceversa.

A tale regola non poteva certo sottrarsi Benedetto Ronchi, il cui pieno affermarsi di storico ha seguito di pari passo il raggiungimento di una stabilità sia nel lavoro che negli affetti, resa difficile dalla particolare condizione in cui si è trovato negli anni giovanili, trascorsi, come tanti suoi coetanei, in mezzo alla bufera della seconda guerra mondiale.

Perciò, nel tracciarne questi brevi cenni biografici, resi possibile dall'estrema cortesia del figlio Francesco, che ci ha fornito i dati essenziali, cercheremo di mettere in rilievo le tappe più significative In relazione con la realtà che lo circondava.

Nato a Trani il 3 febbraio 1921 da Francesco e Anna De Simone, terzo di tre figli maschi, compì i suoi studi nel locale Liceo «Davanzati», depositario della sempre viva tradizione di cultura della città, nonostante che quest'ultima proprio in tale periodo si era vista privare di molte delle sue secolari istituzioni.

Conseguita la maturità classica nel 1940, si iscrisse alla Facoltà di Lettere, indirizzo classico, presso l'Università di Napoli.

Tuttavia le sue intenzioni, come per tanti, per troppi, urtarono con le dure incombenze della guerra ormai scoppiata.

Venne costretto ad interrompere gli studi, perché arruolato nell'Aeronautica, con stanza a Siena, dove rimase fino all'8 settembre del 1943.

Dopo l'armistizio riuscì a stento ad evitare di essere deportato con un compagno d'armi in Germania; il suo lento, faticoso ritorno a Trani avvenne, si può dire, a piedi tra innumerevoli peripezie.

Ma fu il ritorno verso la normalità, che si concretizzò prima con l'inizio del rapporto di lavoro, quale funzionario, con il Comune di Trani, e poi con la ripresa degli studi che lo portò al conseguimento della laurea nel 1949.

Intanto nel 1947 si era sposato con Felicia Monterisi, che gli sarà sempre accanto fino alla morte, incoraggiandolo nella sua intensa attività di studioso, anche se la spinta decisiva per intraprenderla verrà offerta nell'estate del 1952, allorché egli assunse la direzione della Biblioteca comunale «Giovanni Bovio»: possibilità di un posto di prestigio, che gli avrebbe permesso di venire a contatto coi mezzi propri della ricerca storica, affinati grazie alla benefica esperienza di bibliotecario.

Si dedicò perciò tutto alla sua funzionalità, con una lungimirante scelta degli acquisti librari e dei modi per poterli facilmente consultare da parte sia di studiosi che di comuni lettori.

Sicché, nelle ampie sale dell'antico Palazzo Vischi che si affaccia su una delle piazze del centro storico, ancora oggi, per chi va a consultare il notevole fondo librario, soprattutto di storia locale, si avverte la presenza organizzativa del Ronchi attraverso l'efficienza e la cortesia degli addetti, la compiuta schedatura, la perfetta disposizione dei libri sulle scaffalature di decoroso aspetto.

Inoltre questa biblioteca, attualmente diretta con competenza dal dottor Mario Schiralli, presenta una caratteristica che la distingue dalle altre del suo genere, sovente poste o in disadorne costruzioni moderne o in palazzi di un centro storico ormai disabitato con la conseguenza di offrire un servizio freddo ed amorfo.

Qui invece, grazie a tale felice dislocazione, che speriamo venga mantenuta, a contatto, appena al di fuori degli spessi muri, con la vita cittadina più pulsante, in mondo dei libri non appare chiuso in sé, bensì proiezione di una precisa entità territoriale.

Ritornando al nostro Ronchi, l'assunzione di un tale incarico si rivelò, come abbiamo detto, il vero incentivo per dedicarsi agli studi di storia patria.

Infatti risalgono a quel tempo (1952-53) i primi suoi articoli: inizio di quel lento ma costante affinamento dei mezzi di ricerca, che lo porterà ad opere di largo respiro come «I manoscritti della Biblioteca comunale Giovanni Bovio di Trani» (1967), «Valdemaro Vecchi, un grande benemerito dell'editoria e della cultura pugliese» (1966 e 1979), «Trani in alcuni antiche stampe» (1974), «Guida breve del Museo diocesano di Trani» (1976), «Trani» (1967 e 1972).

Intanto nel 1955 gli fu conferita la nomina da parte del Ministro della Pubblica Istruzione di Ispettore onorario ai monumenti, mentre nel 1963 divenne socio ordinario della Società di Storia patria per la Puglia, la cui sezione di Trani l'avrà come presidente dal 1973 al 1986.

Si arriva così al 1979, anno che segnò il collocamento a riposo dei Ronchi. Ma questo evento, di per sé inevitabile, invece di condurlo a un precoce rilassamento, gli offrì ancor più vigore, iniziando il periodo suo più intenso, culminato nella stesura di libri prestigiosi come «Invito a Trani» (1980 e 1988) e «La Cattedrale di Trani» (1985), nell'organizzazione dei due Congressi di Diritto marittimo del 1980 e 1983, nella solerzia prodigata nell'ottobre del 1989 per onorare degnamente il grande francesista Giovanni Macchia, anche lui di Trani, e infine nell'incarico di direttore del Museo diocesano, che era stato istituito dall'Arcivescovo Carata il 30 giugno 1974 e dell'Archivio e della Biblioteca, sempre diocesani.

Ebbe anche modo di farsi apprezzare come conferenziere in congressi e iniziative varie, grazie ad un eloquio chiaro e ad un ragionamento che, come nei suoi scritti, tendeva sempre più alla concretezza.

Era ancora nel pieno della vigoria intellettuale, quando una morte improvvisa, ma, forse, secondo la testimonianza di quelli a lui più vicini, non del tutto inattesa, dopo una malattia di appena qualche giorno, lo accolse, al ritorno da un viaggio in Sardegna, nella sua diletta Trani il 19 maggio 1990.

Durante le esequie, il 21 maggio, il prof. Raffaello Piracci ne pronunziò l'elogio funebre.

Fra le sue carte, amorevolmente conservate dal figlio Francesco, è stata trovata una breve poesia, senza nome d'autore, ma indiscutibilmente del Ronchi per stile e concisione di immagini, quasi ultima testimonianza sul tema universale del trapasso, reso però personale attraverso la metafora della «tristezza».

La si pubblica come omaggio non tanto lo studioso, quanto all'uomo.

***

Tristezza

è il rimpianto

dei cari perduti nel tempo;

è rivivere in nostalgia

la memoria della giovinezza;

è l'attesa rassegnata

dell'autunno incipiente.

Tristezza

è spendere i propri giorni

in una speranza vana;

è meditare a lungo, invocandolo

il ritorno di una stagione felice,

è illudersi di rivivere

momenti irripetibili

che la memoria esalta

e il cuore rinserra.

Tristezza è solitudine

e pianto sommesso;

è sofferta negazione del domani

è tacito invito alla rassegnazione.

Eppure ti accetto, tristezza infinita,

compagna ultima e fedele

della mia tarda giornata.

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